lunedì 5 dicembre 2016

Esco a fare due passi (Fabio Volo)

 
Improponibile giovane Werther, incline al romantico o all' intenso come Francesco Totti all'hockey su ghiaccio, questo Volo senza ali, questo Volo con i piedi radicati a terra e sprofondanti nella melma della banalità, sforna una sorta di diario confessione che fa da splendido contraltare alle pesudo avventure erotiche della Melissa P., regalando una lettura insipida come una saponetta dell'hard discount e proponendo contenuti gustosi come uno yogurt scaduto, Moderno come un'anticaglia ritoccata al computer, ironico come un testamento o un salmo funebre, frizzante come l'acqua di una fontanella frigida e accaldata, questo libro è un impressionante, sconfortante, indomabile affollamento di frasi già sentite, di metafore già ascoltate.

A metà tra il tentativo di romanzo e l'autobiografia, abbiamo come unico e indiscusso personaggio Nico. Single invincibile con le donne ma che poi sta sempre solo a meditare profondamente sulle realtà della vita (chi sono? Che faccio? Quanto sono bello? Quanto sono intelligente?), Nico soffre per troppo amore, perché le donzelle tanto vengono e suonano al citofono e imboccano dentro casa già umide e vogliose, mentre lui è somma massima di incapacità assoluta a progettare, a pulire la cucina, a vivere la vita come la maggior parte di noi la vive e l'ha vissuta.
Si, siamo nel ventunesimo secolo, la capacità di vendersi è decisamente più in voga della capacità di capirsi. Anche perché tutto sommato non c'è tempo. Le notti sono sempre più brevi, i giorni sempre più densi ed affollati, le innovazioni teconologiche sono capaci di miracoli fino a poco tempo fa impensabili.
La trama, la tensione, il pattern narrativo non esiste, tutto è magicamente fuso in una candida, irreprensibile accozzaglia di luoghi comuni, di battute da bar, di barzellette lette magari via mail, di ribelle senza ribellione teso a presentarsi come ragioniere e ragionevole essere che non si vuole omologare e sprofonda nella omologazione più bieca e viscida, quella appunto che vuol sembrare altro da se.
Stile impalpabile, ritmo diseguale ma tendente all'amorfo come il suono di una radio sull'orlo di una crisi di nervi, "Esco a fare due passi" è una irritante passeggiata di 175 pagine dove l'io narrante ci racconta la sua esistenza con i suoi teneri, coccolati 28 anni vissuti nella piena bambagia, una vita vissuta nell'agio, nei problemi già risolti, nelle mastrubazioni mentali tipiche di chi può pensare al nulla non avendo nulla da fare.
Novello Orgasmo da Rotterdam (anzi, da Milano), il tipo ci racconta il lungo sequel di inneffabili conquiste femminili a iosa che non divertono ma soprattutto sconfinano nel cieco maschilismo e nel mesto coattismo borgataro tipico non solo di Roma, quando lo stesso io narrante si definisce "femminista moderato" e in 175 pagine le donne sono solo tette-culo-fica-rapporti orali stop.
Niente male, direi. Niente bene anche. Niente, ecco, la parola giusta.


Un'orgia di autocommiserazione e di giustificazionismo per dare presentabilità ad una vita impresentabile, solida come il burro, vera come la fiction, divertente come una tragedia di periferia, una ricetta indigeribile di questo maitre a penser senza nerbo e senza stile, uno per cui i politici vanno sempre e solo all'inferno, e il lavoro ed i soldi non contano perchè tanto lui ha sia l'uno che gli altri.
Una mera dissolvenza costruita da questo autore di "grido", che elabora la sua poetica leggendo rotocalchi alla moda, con ad ogni pagina sesso usa e getta che non é né volgare, né irriverente, né erotico né mordace, ma solo una elegante e assolutamente insapore goliardata che non fa ridere, con frequenti riferimenti al bene e al male della cannabis con canne a go-go che sono solo fumo che si disperde nell'aria, solo colore stonato per un ritratto generazionale amorfo come i presunti testosteroni che pubblicizzano alla tv e promettono miracoli sul nostro corpo in inesorabile decadimento.
Insopportabile poi perché assolutamente patinato e vero come un trucco del mago Silvan il ritratto o gli accenni ai genitori, che questo ventottenne alla deriva racconta come se avesse sessanta anni lui e facesse cure eterne di pillole di saggezza al sapor di figlio malinconico. Semplicemente orripilante, pallido, sfuocato, vuoto come il portafoglio di uno spendaccione, il ricordo dei nonni. Da questo menage familiare che riabilita qualsiasi famiglia Addams medio borghese che vive in qualunque provincia italiana, non può che scaturire un impegno politico pari allo zero assoluto e un qualunquismo opinionista sul lavoro da mettere i brividi. Brividi di paura, ovvio.


Moderno come un'anticaglia ritoccata al computer, ironico come un testamento o un salmo funebre, frizzante come l'acqua di una fontanella frigida e accaldata, questo libro è un impressionante, sconfortante, indomabile affollamento di frasi già sentite, di metafore già ascoltate, accoppiamenti innaturali di bella teoria-scarsa pratica o adolescente teoria e invecchiata pratica, come le risibili pagine sull'amore per la masturbazione, altri dieci fogli creati strappando cellulosa dagli alberi ma non ossigenando nessun animo minimamente intelligente o quantomeno affine all'intelligenza.
Tal Fabio Volo, ormai sulla cresta dell'onda, dee jay di grido e sicuramente avviato ad essere il guru del nulla, dell'ovvio, del banale e dello scontato, ci affresca dunque malamente e stolidamente quello di cui ora io non ho bisogno e non ne avrò, credo.
La letteratura può essere memoria, testimonianza, intrigo, passione, oppure scambio e confronto con il lettore, un interagire sulla base delle impalpabili regole del fantasticamente reale o realisticamente fantastico.
Questo è un romanzo invivibile, il suo messaggio è spento o inesistente come a volte i cellulari di cui il protagonista, alla fine, ammette l'importanza e l'assoluta dipendenza.
Si, Nico sostiene di essere immaturo. E questo romanzo più che immaturo, o magari marcio, è una narrazione mai nata, una narrativa senza futuro. Non abbiamo sogni, non abbiamo proposte o tantomeno risposte, non abbiamo una convincente e magari personale ricordanza della propria gioventù o della propria generazione.
Melissa P. e il signor Moccia di Tre metri sopra il cielo hanno finalmente un degno e validissimo alterego del nulla.