mercoledì 19 ottobre 2016

Il figlio ( Philipp Meyer)

Niente Roth e tantomeno Franzen. Neanche McCarthy. E nemmeno, dai più amato, Wallace. La narrativa più esplosiva che abbia letto, nella statunitense  contemporanea, appartiene ad un ragazzetto di quarant’anni. Giudizio di parte certo, ma che io conosca esprime un nuovo talento. Un romanzo poderoso, avvolgente, strutturato su più piani, dall’andazzo classico ma separato e distinto da capitoli in sequenza diacronica (= sfalso temporale) eppure con  aperture e chiuse davvero coinvolgenti, detto fra noi in alcuni casi memorabili. Dai bisonti ed i Comanche al petrolio alla speculazione bancaria. L’epopea dei McCollough, famiglia nel senso sacro della parola e made in Usa.




C’è Eli, il colonnello, che dopo aver visto distruggere tutta la famiglia tranne il padre, causa un ranch alla frontiera, rapito dagli indiani, parte da schiavo e diventa quasi capo della tribù Comanche che lo ha rubato e poi diventa un padrone texano.  C’è Ellen, che a cinque anni (o erano dieci?) già lanciava il lazo ad acchiappare vitelli ed a dieci (o erano cinque?) marchiava e cavalcava cavalli selvaggi. C’è Peter, un apparente tizio grigio ma dalle forti svolte esistenziali, quelle che non recano ritorno, tipo uno Stoner ante litteram. Anni che cavalcano tra il 1850 e prima ed il 1950  e poi. Non c’è niente da difendere, niente da attaccare. Una storia. Narrata da un narratore coi fiocchi. Mai una parola in più, mai una parola di meno.

Grandiosa e mai morbosa  la narrazione,davvero, rimasto basito. E una forza nel ribadire quanto nel bene e nel male sia importante una famiglia, che non ho trovato nei pluri-incensati suoi contemporanei, che ne hanno decantato la mera distruzione. "Il figlio" è la determinazione che, come credo io, l’istinto e non la ragione, soppravvale. E siamo effetti, non cause, per quanto cerchiamo di dirci che causiamo questo o l’altro. Siamo animali, sviluppati e ben messi, ma tutt’altro che ragionieri, esistenzialmente parlando. Ed allora ci si appella al padre o al nipote per assolversi o condannarsi, nel senso che la vecchia e consunta cellula sociale apposta dalla parentela è un’ancora, una catena salvifica, non un sasso per inabissarsi. Oddio poi ognuno, come capita, muore, ha sensi di colpa, non resiste. Ma l’avere un totem con cui confrontarsi, invece di eliminarlo, rende unici e pratici i personaggi.