mercoledì 11 novembre 2015

Non sparate sul cantautore (Claudio Bernieri)


É il 2 aprile 1976. Dopo un pomeriggio di tensione, un gruppo di autonomi piomba sul palco del Palalido di Milano, tutto esaurito per l’occasione, dove si sta esibendo Francesco De Gregori, noto cantautore romano, reduce dallo stratosferico successo del suo album “Rimmel”. Un vivace scambio di battute, forse qualche spintone, certo qualche insulto. Si tratta comunque della sceneggiatura di un processo che le frange estremiste ex parlamentari della sinistra antagonista fanno ad uno dei più celebrati cantautori di successo, sulla base del concetto che la musica è di tutti ed un “compagno” come lui non può esibirsi con un biglietto che costa ben 1500 lire di allora.

Due mesi prima un artista del calibro di Lou Reed, non certo uno tutto pop e lustrini, a suon di bottigliate era stato costretto a interrompere lo spettacolo, nel medesimo posto. Ed un anno dopo, sempre nel capoluogo meneghino Santana verrà messo in fuga nel mezzo della sua acclamata esibizione live. Se la musica aveva strappato spazio a poesia e romanzo ed era diventata lo strumento di contestazione, ora ne diviene il bersaglio. 


    


I risultati pratici di ciò non si faranno attendere. Sino a quello epico di Bob Marley ad inizio anni ottanta, l'Italia sarà esclusa da qualsiasi tour. I biglietti non caleranno di costo, anzi. E i presunti contestatori avranno due strade: la lotta armata oppure finire commessi in supermercato (o impiegati in banca,dipende dall'estrazione sociale). Tutto il resto sarà noia ed anonimato. Per inciso De Gregori tornerà a cantare ed a vendere.
Italia, metà anni Settanta. Irrompe, sulla scena musicale italiana, dopo qualche anno di paziente gavetta, il gruppo dei cosiddetti cantautori. Una assoluta novità quella di questi nuovi poeti in musica, non sempre maledetti, prosatori aulici o minimalisti, che dominano la scena e si fanno portavoce di nuove illusioni e disillusioni, in una nazione che nelle sette note evidenzia tutta la sua provincialità e claustrofobia, da una parte ancora legata alla canzonetta nazional-popolare sanremese e dall’altra affamata delle prorompenti novità della scena rock mondiale. Con i cantautori si apre una stagione nuova, tutta nostrana per quantità, qualità, valenze e movenze, che segnerà più di una generazione successiva di ascoltatori. Una novità che subito ottiene ottimi riscontri di vendite e dibattiti a non finire. Poiché cotali artisti con le loro provenienze geografiche, i loro distinguo, il loro menestrellare tra prosa e poesia si erano sempre e presentati con un aura impegnata e politicamente orientata, in un'epoca di fibrillazioni sociali e politiche di ogni colore e di ogni tendenza, dalla violenta alla post-hippie. Impegno, politica, musica. Claudio Bernieri, il curatore, è giornalistico atipico, border-line, ancora tutt'oggi sulla cresta dell'onda per una fantasmatica biografia non autorizzata sul premier Mario Monti, condotta a quanto apre sul filo di un sarcasmo né populista né usurato.
Certo no era facile descrivere un'epoca e un movimento musicale con tutte le strettoie che una operazione del genere implica, con un ampia e dettagliata introduzione e poi con molte interviste, dove si difendono o attaccano a seconda del momento e del carattere non solo autori come Venditti, De Gregori, dalla, De Andrè, ma discografici come Nanni Rizzoli, underground di nicchia come Ivan della Mea, populisti come Villa o organizzatori di eventi come Zard.


Musica, impegno, popolo. Un terzetto apparentemente indissolubile che accomuna un fenomeno made in Italy che non ha avuti eguali nel mondo. Ma che incarna un dilemma da non poco o comunque molto sentito: l'arte o ciò che si spaccia o si declama come tale, ha un prezzo, può essere mercato?


Così si prova a dare una affresco concreto su quegli anni e soprattutto quei protagonisti, non senza saracsmi pesanti, strali politici, battute tipo laboratorio politico ed un linguaggio talvolta ampolloso e retorico tipico di quello assembleare e falsamente spontaneo di quegli anni che furono. La verbosa sinistra di allora, fatta di una polverosa ragnatela asfittica di galassie autonome, tra intra ed extra parlamentari, portò all'estremo il tutto, e si rese protagonista anche di episodi clamorosi, come il linciaggio pubblico (forse esagerato ad arte nei resoconti specie dal cronista più famoso dell'episodio, Fegiz del Corriere della Sera, nel 1976), che portò ad una serie di riflessioni. Nodo della discordia la differenza tra canto politico e la canzone d'autore nonché gli eterni e irrisolvibili netti confini tra cantanti del mainstream , magari impegnati ma confezionati con i veri “compagni”, coloro i quali invece del canto facevano solo propaganda e controinformazione, niente individuo-artista ma solo voce della massa

Un processo quest'ultima che parte da lontano, dall’esperimento forse troppo


elitario, colto, radical-chic anti litteram della aggregazione letteraria-musicale.-antropologica ove si provava a coniugare temi, motivi e sonorità popolari e folklorici con i versi di autori del calibro di Fortini e udite udite Calvino (durò poco, ma lasciò un seme, che a suo modo germinò) a quella del Nuovo canzoniere italiano, fino ad approdare appunto all'individualismo (ed egotismo) delle nuove star che comunque hanno prodotto musica, ascolto,emozioni, anche se editi dalla Rca. 


Un affresco sicuramente coinvolgente, sicuramente da ragione ideologiche e passionarie oltre che da sincero giornalismo, anche se la sincerità non sempre paga, ma è sempre meglio dell'horror vacui dissimulatorio oppure reazionario.

Quel che alla fine è interessante del libro, almeno per me, sono due cose. Una è quella che riguarda la teoria del rapporto tra la letteratura,specie la prosa, avvenuta nel 68 e dintorni fra coloro i quali volevano sovvertire oppure solo migliorare il sistema ed invece la nuova arma di propaganda, sogni e controinformazione che usarono i loro fratelli minori (di età, si intende) negli anni Settanta, cioè la musica. Rapporto ben analizzato e plausibile, a mio parere. I primi leggevano, i secondi ascoltavano. Alla fine si son trovati ad avere solo buoni prodotti artistici, poca rivoluzione e nei casi peggiori qualche processo penale pendente. La seconda è che alcune convinzioni maturate da me nel corso degli anni siano confermate. La tesi, più volte teorizzata e lasciata nel dimenticatoio, per cui le eventuali spinte originali, alternative nel campo dell'arte vengano da parte del mainstream e dall'industria non combattute ma inglobate, trova l'ennesima conferma. Tendenze, aspirazioni, sommosse e sommovimenti invece di essere repressi sono circondati, circonfusi e circoncisi, per farne una nuova proposta di mercato. Questa la grande, eterna strategia del capitalismo che, avendo le leve giuste, può azionare meccanismi apparentemente normali, voluti, condivisi, in realtà indirizzano sempre verso la stessa direzione. Nessuna recriminazione politica, nessuna nostalgia di passati che non tornano, solo una constatazione