giovedì 12 novembre 2015

Io non ho paura (Niccolò Ammaniti)

Un piccolo sobborgo di campagna,sperduto e ramingo quanto basta, fine anni settanta che furono, 1978 per la precisione. Michele come tutti ragazzini è vivace, curioso, inquieto. Ma una mamma molto buona e tenera e poco male se il padre è un po’ burbero, deve lavorare, mantenere la famiglia. Quadro quantomeno stereotipato. Tipico maschio e tipica femmina modello feuilleton, gadget da narrativa di consumo che impiastra carta e ottenebra la mente. Neanche una parodia del neorealismo post-guerra italiano poteva riuscire ad offrire quello che invece racconta un tale, famosissimo e straletto romanzo. ma andiamo per ordine, per analizzare quello che è un bivacco sonnolento dei più usurati topoi narratologici .



Michele è tenero, giusto, bambino sin dentro il midollo osseo, con i suoi pensieri gracili, le sue innocenti domande, i molteplici ed ingenui perché,la paura del buio, la fiducia cieca nei genitori e tanti buoni sentimenti che neanche De Amicis sapeva mettere in campo così palesi ed agguerriti. Poi ecco la svolta. Una innocente ma così gustosa evasione con l’amico Teschio a cercare e gustare mistero, conoscenza, con famelico appetito. Quella tipica ansia pre adolescenziale. Ma nella casa abbandonata c’è qualcuno, qualcosa, qualche. Un altro bambino, certo. Imprigionato dagli orchi cattivi. Michele non ne fa parola a casa, si sa come va, non capirebbero, lo sgriderebbero,magari arriverebbero a comminare qualche punizione che sia d'esempio.
Senza andare avanti, dovessi rovinarvi un finale che credo sia stato già scritto tra il milione ed il milione e mezzo di volte, la storia comincia ad assumere tinte fosche (che definire opache è dargli un tocco di colore) con le scoperta di Michele che il padre-padrone che spadroneggia in famiglia è pesantemente coinvolto nel rapimento del bimbo nella buca con altri loschi figuri, dall’aspetto orchesco che anche i mostri di Tolkien impallidiscono. E anche mamma Teresa sa tutto, copre, è una mamma di altri tempi, sempre dedita a faccende casalinghe, qualunque esse siano. altri personaggi affastellano la novella narrata, tanto per movimentare il paesaggio incontaminato ma solitario e non rimanere sempre tra le quattro mura della famiglia di Michele Amitrano.
Michele comunque troverà il coraggio e tra paure tipicamente bambine troverà una determinazione adulta, quasi avesse ingoiato un nocciolina da Super Pippo, per fare quello che sente più giusto, con l’affetto archetipico della mamma a fargli compagnia anche se non completa alleanza, ora che il padre è diventato così turpemente cattivo.
Lui non ha paura. Meno male. Perché a me un vago senso di orrore me lo ha infuso. Horror vacui, disagio estetico, quel mal di stomaco che mi prende a leggere ciò ho già letto, sapientemente combinato ed ammantato di pseudo nuovo, dove non c’è né originalità né stile ma quel vacuo, vasto piattume con un deserto senza arte né parte può offrire.
Molliccio, mellifluo, un magma di qualunquismo appiccicoso, una sabbia immobile che inghiotte qualsiasi tensione narrativa o sviluppo della trama. Resta da dire sullo stile: piatto come la pianura Padana, luminoso ed appariscente come quando c'è nebbia fitta nella medesima area geografica. E non venitemi a dire che è scritto bene. Redigere in maniera corretta un testo come un temino delle scuole medie non è SCRIVERE. Sia chiaro. La scrittura, come tale, è originale soprattutto e si chiama stile.
Inutile dirvi che è stato un clamoroso successo editoriale seguito di pari passo dall’omonima trasposizione cinematografica, a cura guarda un po' di Salvatores, che da anni oramai propina prodotti spesso scadenti, ma confezionati benissimo grazie a produzioni stellari.
Non commovente, ma posticcio, non emozionante ma diabetico. Almeno come romanzo. Se parliamo poi di altri generi, bene, niente di nuovo o di particolarmente brillante. Nelle recensioni lette nel web si paragona tale opera a quelle epocali di Twain o magari Calvino. Ma per favore, ecco, un po' di dignità. Al massimo è una pallida imitazione del celeberrimo ed elegiaco nonché mieloso "Cuore", mirabile esempio di moralismo per bambini, ma di un altro secolo, però. Lo terrò da conto eventualmente, una volta esaurite le vere e tradizionali, belle fiabe, per il mio cucciolo di cinque anni, ad oggi impegnato a crescere più che a leggere, per addormentarlo subito quando non ha sonno. Meglio della ninna nanna, garantito.



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Su ciao.it il  28.03.2012