mercoledì 12 novembre 2014

L'autunno del patriarca (Gabriel Garcia Marquez)

Il tempo, si sa credo, inevitabilmente scorre. E continua a scorrere anche quando noi siamo finiti, sorpassati, nulla. Anche per chi indirizza tutti i suoi appetiti vitali al culto del (proprio) Potere. Potere reale, regale, ma con peculiarità di sapore ancestrale, quasi categoria metafisica, più che mero sinonimo di dominio su cose, persone, animali.
Si è portati a pensare, me compreso, talvolta, che i potenti, i detentori del potere possano fare a meno di comuni sofferenze e universali immalinconimenti dell'animo. E invece no, anche qui, a volte si offrono immensi spazi a cavalcate imperiose del decadimento, della solitudine, del ricordo.

Il patriarca è immerso nel suo autunno della vita, quasi oramai sprofondato nell'inverno gelido che non finisce più ed a cui noi tutti arriveremo, ed egli oggi non ha nome, non ha età, non ha luogo, ma è l'indiscusso protagonista della vicenda, personificazione della gestione patriarcale e dittatoriale di uno stato misterioso, che potrebbe rappresentare tutti gli stati del mondo. 





Ma egli è anche uomo e tra lacrime sue e sangue degli altri ci sono anche i cupidi appetiti sessuali e gastronomici, diffidenza, solitudine, assoluta mancanza di amore.Chi regna è solo, solo è chi regna. Il regnare come concetto è sinonimo della solitudine.
E crollano così le nostre conoscenze, speranze, illusioni e disillusioni che noi ci siamo fatti sul conto dell'uomo che impera e comanda. Perché egli ha una condanna, quella di non sprecare mai, nemmeno per sbaglio, un briciolo di umanità con nessuno. La voracità di divorare qualsiasi possibilità di mettere in crisi il suo regime diventa quasi una punizione, più che il soddisfare un proprio appetito. Ed alla fine invece di mangiare tutti si è letteralmente ingoiati e digeriti dall'esistenza che si è fortemente voluto vivere. Con ovvia e successiva defecazione di ogni istante di felicità o serenità. E dunque, al di là dell'orrore delle malefatte, al sorriso amaro sulle debolezze di carattere filiale verso la madre, con questo rapporto soffocante,bambinesco, cancerogeno ed innaturale, con lei vista, creduta e raccontata come mirabolante santa ed invece ridotta alla stregua di comune donna mortale dalla stessa Chiesa, nonostante la frenetica ricerca di oliare i meccanismi della beatificazione spirituale attraverso corruzioni di vario tipo e valore, insomma questo comandante di tutto tranne che della propria pace interiore, a volte appare misero e povero, quasi da compatire.

Barocco e ridondante, con arzigogolate architetture narrative e tortuose iterazioni di temi e motivi, stilisticamente interessante per l'uso reiterato di un "parlato" stretto e concentrico, in cui non sempre è facile individuare colui che parla, perché a narrare c'è un soggetto collettivo (sono in tanti a prendere la parola sul patriarca, tutti chiamati a testimoniare e a volte è lui stesso che racconta dal suo punto di vista).
 
Strutturalmente appare come uno dei più atipici romanzi di Marquez (colombiano, nato nel 1928 o forse nel 1927, scrittore e giornalista sudamericano, premio Nobel per la Letteratura nel 1982) letti da me fin ora e anzi, spesso anche riletti. Indubbiamente esso evidenzia in sé alcune tematiche portanti del narratore sudamericano, specie quelle di connotazione più marcatamente politica e quella commistione fra realtà e archetipo, fiaba, surrealtà che ha fatto la fortuna e la cifra autoriale dello scrittore. I capitoli, se così si possono chiamare, iniziano sempre con il ritrovamento del presunto cadavere del patriarca, dalla psicologia complessa, ingenuo come un bambino, feroce come un'animale,teso e stupito, vittima e carnefice anche perché i fatti che gli succedono attorno sono indipendenti dalla sua volontà perché tutti cercano di accontentarlo, dato che il suo governo assoluto si regge sul terrore e sulla delazione, non certo sul consenso o sulla stima. Ammesso che poi, specie al giorno d'oggi, sia ancora possibile specie in Italia stimare un politico piuttosto che temerlo o meglio adularlo per veder realizzata qualche propria necessità. Dal ritrovamento poi, in ogni capitolo, si dipartono serie di ricordi a ritroso, incentrati sulla sua plurisecolare vita. Scarsa la punteggiatura, continuo lo straniamento scaturito dal mischiarsi e sovrapporsi tra fatti verosimili e visioni surreali tipiche delle leggende caraibiche, con in più un continuo sfasamento temporale, causato dal regno senza età del patriarca, convinto d'aver visto Colombo e che comunque va rimembrando con continue effrazioni temporali gli ultimi due secoli di storia sudamericana, con espliciti riferimenti, ad esempio, ad ambasciatori dai nomi storici reali (Palmerson, Wilson).
 
Tra i tanti passaggi memorabili, esempio luminoso della sorda e cieca ostinazione del protagonista, la maledizione che gli viene scagliata contro dal suo sosia utilizzato per le cerimonie pubbliche o quello in cui il protagonista non capisce come il poeta immaginario Ruben Dario possa scrivere così belle cose con la stessa mano con cui si pulisce il proprio deretano. Impossibile rendere lineare e senza divoranti fuochi interiori una vita così, di amori clandestini consumati rapidamente con l'esercito delle inservienti in qualche stanza buia e con la forza della prepotenza, di presunti o veri tradimenti sviati o scoperti e duramente repressi anche quando non erano nemmeno stati pensati, forse. Cinicamente ironico, cupo ma mai tenebroso,lucido, fantasioso e crudele al tempo stesso, ma con eccessive pretese formali che forse rendono ostica la lettura e rendono esuberanti alcune intenzioni aprioristiche dell'autore, il romanzo uscì per la prima volta nel 1975, successivo dunque all'esplosione della popolarità dell'autore, diventato noto sul finire degli anni sessanta. Per appassionati e per lettori onnivori e per gli amanti di Gabriel García Márquez , autore, fra l'altro, di romanzi come Cent'anni di solitudineCronaca di una morte annunciata, "La mala hora" ed il racconto lungo Nessuno scrive al colonnello. E per chi con la letteratura ingaggia una sfida per conoscere il mondo ed anche sé stessi.