venerdì 22 agosto 2014

Il grande ritratto (Dino Buzzati)


Il sogno di una fanta-donna. Da plasmare, ricostruire, rendere docile ad ogni proprio comando.
Sì.
Proprio così.
Ci deve essere una donna, rinchiusa in quella macchina.  Lassù in cima a quella montagna.
Il buon Ermanno Olmi, onesto e figura molto common people, matematico apprezzato, lo intuisce, sua moglie lo teme e la prorompente assistente Olga lo sa già senza saperlo. Lo si avverte nelle corde, lo si sente nelle vene, lo si scruta dall'alto di svariati, imperiosi, affastellati e perniciosi pensieri.
C'è una donna. C'è la femminilità. O qualcosa che vi assomiglia, un odore che lo ricorda. C' è qualcosa dentro la macchina Numero 1, in quella zona militare 36, in questo progetto scientifico guidato dal noto e inquietante professor Endriade.



"Non sono Laura, non so chi sono, non ne posso più, io sono sola, sola nell'immensità del creato, io sono l'inferno, io sono la donna e non sono la donna...sono io, una donna fatta di cemento inchiavardata alla montagna, che non ha faccia, non ha spalle, non ha seni, non ha nulla...non c'è nell'universo un solo essere che possa fare l'amore con me". 

C'è la meccanizzazione di un desiderio impossibile, di una volontà folle che eppure aleggia dentro ogni maschio, albeggia ai primordi della vita razionale e va abbuiandosi quando i ricordi sfuocano e la vita, lenta, discende verso il suo naturale e poco amato termine.
Si tratta di congegni elettronici. Di piccoli dispetti, di birichini gorgoglii e di rumori di sottofondo certo robotizzati ma che sensualmente echeggiano maliardi ed innati volteggiamenti di sinuosità femminili.
C'è un dramma che vive, lassù sulla montagna.
C'è una prorompente ed eterna fisicità che si ribella in quel cocuzzolo adibito a centro sperimentale per realizzare  misteriosi calcoli automatici che sconvolgeranno il destino prossimo dell'uomo, eruttati dal vulcanico scienziato Endriade, una moderna vulgata di classici e moderni predecessori di fattura letteraria, dal dottor Jeckyll al padre di Frankstein. Sfidare la natura cercando di adottare e padroneggiare l'ignoto, abilitando le proprie cervellotiche capacità per ridurre a pulsanti e meccanismi le nostre voglie più nascoste.

Le nostre seti di vendetta più torbide.
La volontà di possesso e l'ignavia che si fa coraggio.
Impegnare il proprio cervello e le proprie doti fanta-ingegneristiche per racchiudere in una macchina tutto ciò che si consideri utile o si necessiti di una lei.
I guizzi, i lazzi, i frizzi, gli sbalzi.
E racchiudere in un non so che di magico ed inquietante una fisicità esuberante e concupiscente, quella sì inclonabile e mai meccanica, in quanto legata ad un fattore che non si può sconfiggere, il trascendente splendore dell'armonia delle forme schiavo della caducità delle carni ovvero dominato dal lento inesorabile e continuo scorrere del tempo che passa.

Un romanzo breve di Dino Buzzati del 1960, scorrevole, non tanto easy come la veloce dimenticanza e il lungo oblio lascerebbero presupporre, scritto con la consueta e disarmante facilità buzzatiana, sicuramente innervata dalla sua lunga meritoria carriera di giornalista, edificato su alcune tematiche di vasta portata e di innato fascino, tutt'altro che pellegrine ma come al solito, nell'autore bellunese, dense di ancestrali leit-motiv che legano e talvolta imprigionano l'uomo comune o meno alla riflessione sulle emozioni ed i sentimenti.
Interessante per il sottofondo contenutistico, facile nella lettura e pregnante per gli amanti di Buzzati, in quanto vede la comparsa in scena della donna, spesso inesistente o ai margini nella sua precedente produzione al contrario di qui, dove recita una parte preponderante, risultando preliminare più riuscito, perché più mediato ed inconsapevole, del ridondante, torbido, autobiografico e sconcertante successivo "Un amore" (1963).
Sulla misoginia buzzatiana si avrebbe da dire, data la impermeabile riservatezza del bellunese sul tema e data anche la sua vita sentimentale (scapolo fino a sessanta anni, sposatosi nel 1966 con una donna ben più giovane). Ma non siamo in vena di introspezioni di sapore freudiano né tanto meno junghiano. La faciloneria nel ridurre ad equazione matematica certe presenze o assenze nella narrativa di uno scrittore lascia il tempo che trova.
Utile invece ricordare che il testo fu scritto da Buzzati in brevissimo tempo per partecipare ad un concorso letterario indetto dal gossipparo settimanale Oggi nel 1959 sotto pseudonimo, concorso che non vinse ma che comunque, una volta svelato il proprio vero nome, gli consentì la pubblicazione a puntate sulla rivista prima dell'uscita in volume.
Significativo poi che trattasi dell'unico dei cinque romanzi di Buzzati che a tutt'oggi non ha avuto una versione cinematografica.
Il mistero della carnalità, le allusioni alle altre componenti spirituali che (in-)formano l'uomo, il tutto con stile sobrio ed asciutto, un discreto ritmo narrativo, una agilità insospettabile per chi conosce l'autore e la solita capace e caparbia maestria nel congegnare ad hoc la misura e la struttura architettonica del narrato.
L'essere umano è una aristotelica e complessa commistione di anima e corpo, con tutti gli eventuali limiti che ciò comporta. Nessuna scienza può e potrà mai alterare questo staus quo, magari tentando puerilmente di sopraffare addirittura la morte.
Da apprezzare soppesando molti "ma" e "però", sottolineandone la sua natura altra rispetto alla coeva produzione letteraria italiana e perciò meritoria anche in nome di pagine che comunque respirano una certa poesia: 
"non più la donna, l'amore, i desideri, la solitudine, l'angoscia. Solo la sterminata macchina infaticabile e morta. Come un esercito di computisti ciechi, curvi su migliaia di banchi, che scrivono numeri su numeri senza fine, giorno e notte, per la vuota eternità"