martedì 1 aprile 2014

Accabadora (Michela Murgia)


"Non dire mai: di quest'acqua io non ne bevo". Già, perché mai sapremo di quale e quanta sete vivremo. Ci sono personaggi che volenti o nolenti hanno una loro propria dimensione solo grazie al contesto in cui agiscono. Sprovvisti della ambientazione propria, probabilmente risulterebbero alquanto sfumati, sfuocati, svampiti. Esempio fra tanti è Bonaria Urrai, questa anziana donna, indurita dalla vita, dalla durezza e sostanziale claustrofobia del suo paese e della sua terra sarda, appartata, scontrosa e soprattutto addetta a lavori particolari, di cui alla fine tutti hanno bisogno. Di cosa parliamo? ma di "Accabadora", di Michela Murgia, di Sardegna dunque e di eutanasia.





Sono i primi anni Cinquanta, nel piccolo borgo rurale di Soreni, nell'entroterra della Sardegna. Tutti sanno, ma nello stesso tempo tutti ignorano che Maria Listru è figlia adottiva di Bonaria Urrai, appellata Tzia, vedova, non povera, di giorno sarta, maga, curatrice, di notte colei che dona il riposo eterno. Cioè pratica l'eutanasia. E' una accabadora. Traducendo Abacar, termine spagnolo che significa finire, in sardo "accabadora" è esattamente colei che finisce. Ma non viene considerata una pazza o peggio una sadica assassina, bensì una sorta di malefico angelo del bene che con pietà reca pace a chi su questa terra non può averne. Maria invece è una "Fillus de anima ... i bambini generati due volte, dalla povertà di una donna e dalla sterilità dell'altra". Perché Maria era la quarta figlia orfana di una madre naturale poverissima. Del lavoro oscuro della mamma putativa non sa nulla , anche se si domanda spesso dove vada di notte. Ma non fa domande. Ci mancherebbe. Non è il caso. La Tzia non perdona, specie quando commette quei piccoli furti convinta di essere invisibile. Gli occhi della accabadora vigilano su di lei quando sembra che guardino totalmente altrove. Il loro è un rapporto asciutto, apparentemente lineare e terso, tra sganassoni, silenzi e rari sorrisi e folle di occhiatacce, sbuffi. Ma Maria è riconoscente. Quella donna così arcigna le ha offerto istruzione, futuro, anche affetto, a modo suo. Quindi se ne frega beatamente degli sguardi della gente che osservano la insolita coppia, delle misteriose fughe notturne. Fino a quando Maria scopre l'altra faccia della luna.

"Le colpe come le persone iniziano ad esistere se qualcuno se ne accorge". Il sole per quanto opaco, luminoso ma poco caloroso, nascondeva la notte. L'amico Andrìa, follemente innamorato di Maria, le confessa la verità. Una notte ha sorpreso sorpreso Tzia Bonaria compiere l'ultima volontà del suo aitante fratello. Privo oramai di una gamba, quello che agognava era la morte, perché quella che viveva non era più una vera vita. Maria non regge la delusione, se ne va. Ma si sa, certi legami sono più forti di qualsiasi tremenda verità scoperta.

Una Sardegna arcaica, forse troppo dicono soprattutto i lettori sardi, che tuttavia è meno pastorale e standardizzata di quella che per esempio compare ne "La vedova scalza" di Niffoi. Gente apparentemente semplice che nella grettezza e mancanza di conforts ha però risorse umane, naturali che sarebbero utili anche oggi in ognidove. Un buon romanzo, tenero e duro  allo stesso tempo, questo della Murgia, sarda di Cabras, nata nel 1972, vincitore del Campiello nel 2010. Anche la scrittura rivela una accurata forma, uno scavo nel profondo per trovare una prosa letteraria, scabra e poetica, originale, senza orpelli. Uno stile insomma personale che rivela un lavorio quantomeno intenso, molto meglio per esempio della acclamata prosa sciatta della Avallone ed il suo sfibrato, sfilacciato e sfinito "Acciaio" che invece ha raccolto molto più del seminato. Qualche pecca nella struttura del racconto, con una parentesi improvvisa in terra piemontese che appare meno vibrante e un poco più sciatta del resto del breve, agile romanzo.
In conclusione: crudo e poetico